Dic
16
Guerriglieri, Jon Lee Anderson
16 Dicembre 2011 | | Lascia un commento
Quando leggo dei libri che hanno come oggetto le lotte di liberazione finisco regolarmente a fare i conti con la voglia di partire per unirmi alla causa. Solitamente questi testi stimolano la necessità, che in condizioni normali è latente e sopita, di battermi per una causa che reputo giusta.
Anche questo testo ha lasciato in me la voglia di partire, seppur con delle accezioni differenti. Non è sorta la voglia di unirmi alla lotta per una determinata causa, ma piuttosto la voglia di verificare quanto riportato nel testo, di essere un testimone di prima mano dei fatti che Anderson racconta.
Questo ha due ragioni: l’autore è un ottimo giornalista e il testo è deideologizzato. In “Guerriglieri” sono raccontate le storie di quattro organizzazioni – gli shabbab a Gaza, i combattenti del fronte Polisario nel Sahara occidentale, I compas del FMLN in Salvador e i combattenti Karen tra Birmania e Thailandia – che, innalzate a paradigma, svelano le proprietà formali di ogni organizzazione dello stesso tipo. Non c’è traccia di propaganda e, dai miti fondativi alle questioni religiose, tutto è affrontato con informazioni raccolte di prima mano.
Tutto ciò da luogo a un testo originale e pieno di spunti di riflessione. Per chi ama il buon giornalismo è un toccasana.
Gen
17
Il martirio di una nazione – Robert Fisk
17 Gennaio 2011 | | 1 Commento
Nella prefazione a questo lungo testo l’autore scrive: “Io immagino che il giornalismo sia questo, o almeno dovrebbe essere questo: osservare ed essere testimoni della Storia e poi, malgrado i pericoli, i limiti e le nostre umane imperfezioni, riportarle il più onestamente possibile.”
Questa definizione di giornalismo calza a pennello con il contenuto de “Il martirio di una nazione”.
Il testo racconta la travagliata e complessa storia del Libano in guerra, a partire dallo scoppio della guerra civile nel 1975-1976 per arrivare fino all’invasione israeliana del 2006. Attraverso la ultra-trentennale conoscenza del paese e molte delle sue esperienze dirette (particolarmente toccanti ed interessanti quelle dei massacri, da Sabra e Shatila a Damur e Qana), Robert Fisk non si limita a descrivere un asettico elenco di avvenimenti, ma indaga le cause profonde di una tragedia tratteggiando al contempo i caratteri formatisi nel popolo libanese a causa di tanti anni di conflitto.
Auschwitz e la seconda guerra mondiale (con la seguente fondazione dello stato di Israele), il mandato francese (generatore del settarismo che domina la vita politica libanese), le ingerenze straniere, la vita sotto i bombardamenti, le milizie armate, l’impotenza delle nazioni unite e il ruolo delle parole deformate dai media che aiutano l’incomprensione dei conflitti (su tutte il termine “terrorismo”). Grazie al fine tratteggio di questi temi è possibile comprendere a fondo le cause e le dinamiche politiche e sociali dei conflitti nel martoriato Libano.
“Il martirio di una nazione” è però anche una miniera di informazioni ed esperienze per molte altre questioni, tutte inerenti alla figura del giornalista. Fisk mette in luce come generalmente i giornalisti occidentali coprano male un conflitto dai loro sicuri uffici e dai loro confortevoli hotel, descrivendo in maniera errata o molto imprecisa i fatti (anche affidandosi troppo spesso a fonti indirette, che nella maggior parte dei casi risultano essere organi ufficiali di propaganda). Su questo punto l’autore dimostra come sia possibile dare ordine alla realtà e descrivere gli eventi solamente osservando direttamente i fatti e affidandosi a fonti di prima mano. Grazie a questa coscienza e nonostante i continui pericoli corsi – dalle bombe ai rapimenti – Robert Fisk è riuscito a trovare il bandolo di un’intricata matassa che solo pochi sono riusciti a sbrogliare.
Con ciò posso concludere che questo libro non è solo un ottimo testo con fini storici, ma è anche una profonda lezione di giornalismo e un manuale per “apprendere” come leggere le notizie che quotidianamente ci investono.
Gen
10
L’arte della gioia – Goliarda Sapienza
10 Gennaio 2011 | | 1 Commento
Ho terminato di leggere “L’arte della gioia” qualche settimana fa. Normalmente scrivo di getto qualche pensiero su ciò che leggo immediatamente dopo aver consumato l’ultima parola del testo. In questo modo riesco a fissare le emozioni e le riflessioni salienti che la lettura ha depositato in me. Non sono riuscito a fare la stessa cosa con “L’arte della gioia”.
Questo romanzo sviluppa le sue riflessioni raccontando la storia di Modesta che vive tutta la prima metà del Novecento in Sicilia. La storia della protagonista, pur estremamente coinvolgente ed appassionante, non è però che un pretesto – quasi lo sfondo – del vero cuore del racconto: il mettere sotto una luce chiarificatrice i grandi aspetti che caratterizzano la vita di un individuo. Con una rara dolcezza di linguaggio e con un gusto vellutato per i termini l’autrice del romanzo svolge questo compito su temi come la relazione tra la storia collettiva e la storia individuale, il significato della libertà individuale e il suo difficile affiancarsi ad impegni di tipo sociale e la difficile ricerca della felicità che a volte si scontra con l’applicazione di un profondo senso di giustizia. Da questo punto di vista il romanzo della scrittrice siciliana è olistico: sono davvero pochi i temi che non finiscono sotto la lente d’ingrandimento del romanzo. Grazie a questa caratteristica “L’arte della gioia” può essere anche un manuale con cui mettere sotto nuova luce molti aspetti della propria vita. La lettura di questo romanzo mi ha permesso di dare coerenza ad elementi della mia esistenza che prima della lettura percepivo come conflittuali e non conciliabili.
Il livello di profondità del testo è tale che non solo non sono riuscito a stendere immediatamente i miei pensieri su quanto letto ma, soprattutto, non sono tutt’ora in grado di tratteggiarne in maniera soddisfacente la portata. Si tratta di uno scritto riassumibile unicamente con lo scritto stesso e, anche per questo, degno di entrare a far parte della schiera di testi che più mi hanno aiutato a crescere intellettualmente, emotivamente e moralmente. Naturalmente ne consiglio la lettura a tutti.
Nov
14
Ninotchka
14 Novembre 2010 | | Lascia un commento
Ninotchka non è un film. E’ un inno alla vita, un inno al potere dirompente e rivoluzionario della felicità e del sorriso. In questo film del 1939 del regista Lubitsch si vede come l’umanità, anche quella più barbaramente repressa dall’indottrinamento, possa rinascere semplicemente a partire da una risata.
Ninotchka, la protagonista del film interpretata dalla sempre affascinante Greta Garbo, arriva a Parigi dall’Unione Sovietica per chiudere la vendita di alcuni gioielli che degli scapestrati funzionari sovietici avevano ingarbugliato. Inizialmente Ninotchka è burocratica e impettita e osserva il mondo attraverso la lente ideologica del paese di provenienza: ogni cosa è decadente e nulla le provoca interesse se non si tratta di conquiste tecniche applicabili all’avanzata delle masse. Succede però qualcosa di imprevisto: incontra un uomo affascinante, ironia della sorte un conte (interpretato da Melvyn Douglas), che dopo vari tentativi riesce a farla ridere ed innamorare. Il racconto della restante parte della storia lo lascio alla visione del film.
Finito di vedere la pellicola, incuriosito dallo sbocciare dell’umanità dalla maschera ideologica di Ninotchka, ho scorso la “sezione marxista” della mia libreria in cerca di qualche elemento che mi facesse ragionare su quanto avevo appena visto. Ho scorso i libri cercando di ricordare qualche elemento utile ad interpretare la metanoia che la Garbo subisce durante il film. Solamente Herbert Marcuse in “L’uomo a una dimensione” ha trattato brevemente della potenza rivoluzionaria del sorriso e della felicità, identificando in questi elementi individuali legati al piacere una forza rivoluzionaria tale da permettere il rovesciamento hegeliano dell’esistente. Probabilmente la trama di questo film mi è così tanto piaciuta perché, trovandomi qualche anno fa nei panni di Ninotchka, mi sono già dovuto interrogare sulla relazione tra ideologia e felicità. Il film – come d’altronde la mia esperienza – mi ha lasciato ancora aperte delle domande: la prassi ideologica necessariamente assorbe a tal punto l’individuo da impedirgli la felicità? Si può trovare un compromesso tra due forze totalizzanti come l’ideologia e il piacere?
Forse parte della risposta sta in una canzone di Enzo Jannacci che ho ascoltato anni fa. Si intitola “Ho visto un re”. Gli ultimi versi della canzone sono:
Il fatto l’è che noi vilan,
Noi vilan….
E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam,
e sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re
fa male al ricco e al cardinale
diventan tristi se noi piangiam!
Dopo aver riascoltato la canzone direi che la risposta è probabilmente affermativa. Piacere, felicità e prassi ideologica in alcuni artisti convivono tranquillamente e quindi forse il fenomeno può verificarsi anche altrove. Qui potete ascoltare la canzone completa: Ho visto un re
Nov
10
L’estate è crudele, Bijan Zarmandili
10 Novembre 2010 | | Lascia un commento
Un bel romanzo su una storia individuale che, nel suo punto cruciale, si scontra con un evento altrettanto fondamentale della storia contemporanea. Questo buon libro racconta una storia d’amore che sboccia e si sviluppa in Italia tra due studenti iraniani all’estero ai tempi dello scià Reza Pahlavi. Nell’Italia che vive e supera il ’68, oltre a un dolce e profondo affetto, Parviz e Maryam sviluppano una passione ideale e politica che li porta ad impegnarsi attivamente nel combattere la dittatura instaurata dall’occidente dopo la caduta di Mossadegh. Così, dopo la tenera estate italiana i due si ritrovano a vivere la crudele estate del ’78 iraniano.
Zarmandili , con la consueta profondità e dolcezza che lo caratterizza, accompagna per mano il lettore nelle pieghe di una storia poco raccontata e conosciuta che avvolge, stritolandolo, un amore intenso.
Un testo che aiuta a conoscere meglio l’Iran attuale attraverso la sua storia e avvicina, attraverso la narrazione dell’amore e delle due estati, due mondi ora molto distanti e spesso tratteggiati solo grossolanamente.
Ott
25
Apologia delle comunità di valle
25 Ottobre 2010 | | 2 Commenti
Domenica si è votato per la prima volta per le nascenti comunità di valle. I Trentini, come sempre, hanno vissuto la cosa con grande contraddittorietà.
E’ tipico dell’uomo trentino (soprattutto degli sparuti leghisti) omaggiare di grandi parole il federalismo e l’autonomia locale e criticare apertamente il centralismo. Questo, naturalmente, fintantoché non si tratta di mettersi in gioco con un vero federalismo: in questo caso l’obiettivo tanto osannato nella teoria diventa un mero “proliferare di poltrone e centri di costo”.
Ma andiamo con ordine. Cosa sono le comunità di valle? Le comunità di valle, da questa votazione, saranno delle istituzioni sovra-comunali che sostituiranno gli attuali comprensori. Attualmente i comprensori sono dei carrozzoni ripieni di rifiutati dagli elettori in provincia e comuni. Essi hanno delle competenze attribuite solamente su specifiche leggi dalla provincia di Trento, spesso in sovrapposizione e di frequente in contrasto con attività di uffici comunali o provinciali. Insomma: al momento della votazione di domenica i comprensori erano una struttura parallela costosa, spesso inconcludente e senza obiettivi chiari (un po’ per mancanza di legittimità e un po’ per difetti di tipo funzionale). Le comunità di valle saranno cosa completamente diversa. Esse raggrupperanno, se il processo sarà gestito come si deve, un congruo numero di comuni per gestire (con competenze esclusive questa volta delegate dalla provincia di Trento, ad esempio per quanto riguarda la fornitura di servizi di welfare, servizi al cittadino, fornitura d’energia, l’attuazione del piano urbanistico provinciale ecc.) servizi sovra-comunali in modo da abbatterne il costo e razionalizzarne l’erogazione. Lo scopo dell’iniziativa quindi è creare un decentramento federalista del potere in provincia, razionalizzando le strutture ed evitando dannose sovrapposizioni di competenze. Inoltre le comunità di valle forniranno ai comuni un luogo permanente di confronto su questioni che vanno al di la dei propri confini.
Naturalmente in caso le comunità di valle nascano sotto il cattivo segno del bidone della spazzatura per “trombati” alle altre elezioni locali o peggio solo come moltiplicatore di cariche la questione sarà totalmente diversa. Certo la responsabilità diretta del proprio agire, attraverso le elezioni e attraverso il graduale appropriarsi di competenze, può permettere che questo non accada. Sta ai trentini vigilare e fare si che questa nuova istituzione raggiunga i propri obiettivi. A meno che l’obiettivo dei trentini non sia un italianissimo: voglio il federalismo e l’autonomia per potermene poi lamentare (e in questo i leghisti si stanno dimostrando davvero degli acrobati formidabili).
Al futuro, in ogni caso, la risposta sulla validità di queste neonate istituzioni.
Ott
24
La fine della rondine, la fine dell’uomo?
24 Ottobre 2010 | | Lascia un commento
Qualche primavera fa stavo fumando distratto una sigaretta sul balcone della casa di mia madre. Osservando meglio una casa in pietra di fronte a me vidi una macchia nera che si muoveva in una delle piccole finestre sulla soffitta di un palazzo. Si trattava di una rondine che si ritrovava con la testa incastrata in una delle piccole finestre e si dibatteva disperatamente per liberarsi. Dal balcone sottostante un’anziana signora provava a liberarla con una scopa troppo corta. Osservando la scena sapevo che la rondine era spacciata, con nessuna speranza di sopravvivenza. Una fine di fame o sete chiusa nel piccolo imbuto in cui si era sfortunatamente ritrovata.
Da quel momento ho cominciato a usare questa immagine come metafora della vita. Quando si è giovani, bambini o adolescenti, ci si può librare tranquillamente nell’aria alla ricerca della propria strada. Tutte le possibilità sono a portata: basta scegliere. Con il tempo però il ventaglio delle scelte si riduce fino a divenire stretto, tanto da impedire qualsiasi movimento e costringere la propria vita a spegnersi in un’angusta finestrella.
Mi immedesimavo molto nella rondine: il mio ventaglio di scelte era ridotto all’osso e quelle a mia disposizione apparivano ai miei occhi tutte sgradevoli. Per quanto mi dibattessi in cerca di una strada nuova, mi ritrovavo ineluttabilmente a provare solamente una dose maggiore di frustrazione e di impotenza. Non c’era anziano o giovane che potesse essere d’aiuto nel liberarmi: tutti i loro utensili erano troppo corti.
Qualche giorno fa però qualcosa è successo. Sono riuscito ad estrarre la testa dalla finestrella e ora sono nuovamente alla ricerca di una via. Non sto ancora volando in esplorazione: per il momento lo sto facendo con la mente ed il cuore mentre mi riprendo dallo shock subito. Ma qualcosa è cambiato. Finalmente sento di avere l’opportunità di poter tornare a volare in cerca di me stesso. Cosa è successo? Ancora non lo so, ancora non ne sono sicuro. Sembra che qualcuno abbia insufflato in me energie sufficienti da vincere la gabbia che, sotto forma di sommessa routine, mi impediva i movimenti.
E’ ora di spiccare il volo. Non ho più paura ne dell’ignoto. Non ho più paura delle delusioni. Non ho più timore di osare. Voglio solo viaggiare libero alla ricerca della strada giusta, senza rimpianti: anche se alla fine mi ritroverò nuovamente ingabbiato. Infondo dalle gabbie si può evadere. Ora ne ho la prova: uscire si può.
Ott
24
Il più grande uomo scimmia del pleistocene, Roy Lewis
24 Ottobre 2010 | | Lascia un commento
Come descrivere i caratteri originali delle dialettiche presenti nella società contemporanea? Semplice: spiegandole in un contesto originale, ovvero nella società degli uomini scimmia del pleistocene (come provò a fare con molta meno ironia utilizzando il medioevo Marc Bloch ne “I caratteri originali della storia rurale francese”).
Con una chiave ironica e un ritmo coinvolgente i temi fondamentali per la nostra società come le dicotomie progresso-conservazione, naturalità-artificialità, scienza-religione, individualismo-collettivismo sono illustrati con una crudezza satirica che ha dell’incredibile.
Il lettore che si avvicina a questo testo deve però tenere presente gli effetti perversi che esso può generare. Dopo aver letto un brano è possibile ritrovarsi a ridere a sguaiatamente (attenzione quindi alla lettura in luoghi pubblici) per poi ritrovarsi qualche secondo dopo al ripensare alla battuta e a ricavarne un significato che va ben oltre l’ironia e la risata. Quindi non consiglio questo testo a chi ha tendenze isteriche ma a chi ha voglia di ridere un pochino senza rinunciare a pensare.
Un ottimo testo quindi per chi è capace di ironia e autoironia.
Ott
20
A te
20 Ottobre 2010 | | Lascia un commento
A te
Solare palla di fuoco,
cadi su fredde cime,
aggredendo i freddi mantelli
che l’anima mia
da lunghi inverni
in catene trattengono.
Ott
10
Il libro della grammatica interiore, David Grossman
10 Ottobre 2010 | | Lascia un commento
Cosa succede quando si raggiunge un nuovo stato di coscienza? E questo cambiamento, nel suo svolgersi, cosa comporta per l’individuo?
Questo è uno dei molti temi che permeano “Il libro della grammatica interiore”. Nel testo il giovane preadolescente israeliano Aharon si trova a vivere un ambiente che muta imprevedibilmente: i suoi coetanei cominciano a smettere di essere bambini per cominciare a divenire giovani piccoli uomini.
Quest’ambiente che cambia si scontra continuamente con il dolce attaccamento di Aharon alla fanciullezza. Qui entra in gioco un altro importante tema del testo: la dialettica della dicotomia purezza-impurezza. Nell’adolescenza comincia ad entrare nell’esperienza umana l’impurezza del senso di colpa che permea il mondo adulto. Il muoversi emotivamente e intellettualmente in questa dicotomia, in quanto italiano, mi è stato molto utile. Il mio paese opera politicamente e intellettualmente una continua strumentalizzazione di questo dualismo. I mezzi di informazione e l’oligarchia ad essi collegata giocano quotidianamente su ciò: i puri (i miei) contro gli impuri (gli altri) è un tema sempre presente nello spazio pubblico italiano. Grazie a quest’operazione quotidiana l’italiano medio sta divenendo il nuovo chierico portatore della verità e della purezza in continuo contrasto con gli impuri del mondo esterno, per definizione impuro e pericoloso. Una lettura quindi che consiglio a tutti i miei concittadini: sia ai talebani che hanno la necessità di identificarsi unicamente attraverso la definizione dell’impurezza altrui, sia a chi può permettersi di osservare dall’esterno, con qualsiasi tipo di emozione, questo fenomeno disgregativo.


